La rotta della Route du Rhum attraversa uno degli oceani più studiati del pianeta. Sotto gli scafi scorrono correnti che regolano il clima dell'Europa, galleggiano foreste di alghe e si accumulano frammenti di plastica. Questi tre approfondimenti raccontano cosa succede nelle acque che la flotta attraversa e cosa dicono le ricerche più recenti.
Approfondimento 1 di 3
AMOC: il nastro trasportatore dell'Atlantico
Una corrente che non si vede
Passato Capo Finisterre, la flotta scende verso sudovest per agganciare gli alisei e raggiungere la Guadalupa. L'oceano sotto gli scafi sembra statico, ma in realtà è tutt'altro che fisso: l'acqua segue un percorso che attraversa tutto l'Atlantico e si collega a una circolazione che abbraccia tutti gli oceani. Una goccia d'acqua impiega circa mille anni per completarla.
Questo sistema si chiama AMOC, Atlantic Meridional Overturning Circulation: la circolazione di ribaltamento meridionale dell'Atlantico. Porta calore e nutrienti dai tropici verso nord e trascina acqua fredda, insieme a carbonio, negli abissi.
L'AMOC è uno dei motivi per cui l'Europa occidentale ha un clima mite, anche se non l'unico. New York e Porto sono quasi alla stessa latitudine ma presentano due climi diversi: a New York l'inverno scende sotto lo zero, a Porto resta intorno ai 5 °C. Gran parte della differenza è dovuta all'effetto dell'oceano, che d'estate accumula calore e d'inverno lo rilascia cedendolo ai venti occidentali diretti verso l'Europa. Il contributo dell'AMOC alle temperature invernali europee è stimato in 2–3 °C.
Seppur non percepisca direttamente gli effetti dell'AMOC, la flotta della Route du Rhum attraversa proprio le acque che questo sistema muove, e durante la regata passa sopra una linea di strumenti scientifici che lo misurano in continuo.
Come funziona
L'AMOC è un circuito suddivisibile in quattro fasi, alimentato dalle differenze di temperatura e salinità dell'acqua.
Risalita di acque calde. Le acque calde tropicali scorrono verso nord in superficie. La Corrente del Golfo le porta dallo Stretto della Florida ai Grandi Banchi di Terranova; da lì la Corrente Nord Atlantica attraversa l'oceano fino al Mare di Norvegia.
Raffreddamento. Tra Groenlandia, Islanda e Norvegia, venti forti e aria fredda sottraggono calore all'acqua. L'acqua è talmente salata da poter scendere sotto 0 °C senza ghiacciare, e il ghiaccio marino che si forma la rende ancora più salata.
Sprofondamento di acque fredde. Fredda e salata, l'acqua diventa abbastanza densa da scendere a migliaia di metri, portando con sé calore e CO₂. Mentre affonda richiama altra acqua dalla Corrente del Golfo: è questo il motore che tiene in moto il sistema.
Ritorno e risalita. Lungo il fondo dell'Atlantico l'acqua torna verso sud fino all'Oceano Antartico, per poi circolare anche negli oceani Indiano e Pacifico. Spinta anche dai venti, risale lentamente in superficie, si riscalda e chiude il ciclo, riportando nutrienti dalle profondità.
Le portate sono enormi e si misurano in sverdrup (Sv): uno sverdrup è pari a un milione di metri cubi al secondo, ovvero circa la portata di tutti i fiumi del mondo messi insieme. Il ramo superficiale dell'AMOC trasporta circa 17 Sv verso nord, l'equivalente di 6.800 piscine olimpiche ogni secondo, e un volume simile torna verso sud sul fondo. Insieme all'acqua viaggiano circa 1,2 petawatt di calore: circa cento volte l'energia prodotta da tutte le centrali del pianeta.
Attenzione a non confondere AMOC e Corrente del Golfo!
La Corrente del Golfo nasce dall'incontro tra l'AMOC e il giro subtropicale, una circolazione spinta dal vento e dalla rotazione terrestre che pesa da due a dieci volte più dell'AMOC in quel tratto. Il National Oceanography Centre usa un'immagine efficace: se l'AMOC è un lungo viaggio, la Corrente del Golfo è l'autostrada che ne copre un tratto. Per questo, anche se l'AMOC rallentasse, la Corrente del Golfo non si fermerebbe: trasporterebbe solo meno acqua calda.
L'immagine del «nastro trasportatore», resa celebre negli anni '80 dal climatologo Wallace Broecker, è utile ma semplificata. Le misure recenti mostrano un sistema di più circuiti in parte indipendenti: quando un tratto rallenta, un altro può accelerare. Anche le zone di sprofondamento sono diverse da come si pensava. Per decenni si è ritenuto che il Mare di Labrador fosse uno dei motori principali, ma la rete OSNAP ha misurato che gran parte del ribaltamento, circa 15,6 Sv, avviene tra Groenlandia e Scozia, e solo circa 2 Sv nel Mare di Labrador.
L'AMOC lungo la rotta della Route du Rhum
La flotta non naviga nel ramo dell'AMOC che sale verso nord: quello scorre lungo la costa americana, molto più a ovest. Le barche attraversano invece il giro subtropicale, il grande vortice che ruota in senso orario al centro dell'Atlantico del Nord.
Il percorso ne segue il bordo orientale e meridionale:
Golfo di Biscaglia e Portogallo. Acque temperate che si stanno raffreddando con l'autunno.
Corrente delle Canarie. Scende verso sud lungo l'Africa e dà una piccola spinta alle barche che puntano a sud.
Corrente Nord-Equatoriale. Corre verso ovest con gli alisei e accompagna la flotta fino alle Antille.
Queste correnti sono guidate soprattutto dal vento, ma le loro acque calde finiscono nel Mar dei Caraibi e da lì alimentano la Corrente del Golfo, che le porta verso nord: è il punto in cui il giro subtropicale si collega all'AMOC.
A 26,5° di latitudine nord, tra le Canarie e le Bahamas, una fila di strumenti ancorati sul fondo misura l'AMOC giorno e notte dal 2004: è la rete RAPID. Ogni barca della Route du Rhum la attraversa, passando sopra sensori immersi fino a migliaia di metri di profondità.
RAPID non è l'unica linea di misura sulla rotta: a 16°N, la latitudine della Guadalupa, l'esperimento MOVE (Meridional Overturning Variability Experiment) ha installato ancoraggi per seguire l'AMOC alle latitudini tropicali. È una delle tante sezioni strumentate che, dall'Artico al Capo di Buona Speranza, formano la rete internazionale di osservazione dell'AMOC.
Perché è a rischio
Negli ultimi 11.700 anni, cioè dalla fine dell'ultima era glaciale, l'AMOC è rimasta stabile. Non è però sempre stato così: il brusco raffreddamento del Nord Atlantico iniziato circa 13.000 anni fa, lo Younger Dryas, è stato collegato a un arresto dell'AMOC causato da un enorme afflusso di acqua dolce (quindi meno densa e più leggera) dal continente nordamericano.
Il punto debole dell'AMOC è proprio lo sprofondamento: se le acque del Nord Atlantico diventano più calde e meno salate, restano più leggere e faticano a scendere, interrompendo il normale circuito dell'AMOC.
In questo contesto, il riscaldamento globale agisce su due fronti: le alte temperature scaldano direttamente l'oceano, e l'aumento di piogge e fusione di ghiacci aggiungono acqua dolce. Si pensi che dal 1993 la sola Groenlandia ha riversato nel Nord Atlantico subpolare circa 5.000 km³ di acqua dolce.
A ciò si aggiunge anche un effetto a catena: se lo sprofondamento rallenta, l'oceano porta meno CO₂ negli abissi, ne resta di più nell'atmosfera e il riscaldamento accelera.
Cosa succederebbe con un'AMOC molto indebolita
Nord Europa: nonostante il riscaldamento globale, si verificherebbe un raffreddamento regionale stimato in 2–3 °C nell'Europa nord-occidentale, più marcato in Scandinavia, con inverni più nevosi. Cambierebbero anche le traiettorie delle tempeste e la distribuzione delle piogge.
Livello del mare: un innalzamento più rapido sulla costa est degli Stati Uniti, fino a 30 cm. Già nel 2009–2010 un breve rallentamento dell'AMOC fece salire il mare di 13 cm sulla costa di New York.
Tropici e clima globale: fasce di pioggia spostate verso sud, con monsoni più deboli ed effetti non trascurabili su fenomeni come El Niño. Siccità in alcune regioni e alluvioni in altre avrebbero forti conseguenze sull'agricoltura.
Vita marina: meno trasporto di nutrienti, con effetti lungo tutta la catena alimentare, dal plancton agli uccelli marini, dai pesci alle balene.
Cosa dicono le misure
Il dibattito scientifico è aperto, e vale la pena raccontarlo.
Il passato recente. Le ricostruzioni non concordano. Uno studio del 2021, che confronta archivi naturali come sedimenti marini e carote di ghiaccio, indica che l'AMOC degli ultimi decenni è la più debole da oltre mille anni: il calo sarebbe iniziato nell'Ottocento e avrebbe accelerato a metà Novecento (Caesar et al., 2021). Uno studio del 2025, basato sugli scambi di calore tra oceano e atmosfera, conclude invece che la media decennale dell'AMOC non si è indebolita tra il 1963 e il 2017 (Terhaar et al., 2025). Anche l'IPCC riconosce questa incertezza: nel 2019 aveva giudicato con fiducia media che l'AMOC si fosse indebolita rispetto all'epoca preindustriale; nel rapporto del 2021 ha abbassato il giudizio a fiducia bassa. I motivi sono due: modelli climatici e ricostruzioni del passato non concordano, e molti indicatori indiretti risentono di altri fattori, come i venti e l'atmosfera.
Le misure dirette. La rete RAPID registra un calo di circa 1 Sv per decennio tra il 2004 e il 2023 (McCarthy et al., 2025). Il calo è statisticamente rilevabile, ma la variabilità naturale è così grande che servirebbero circa quattro decenni di dati per riconoscere con certezza una tendenza climatica. Per questo il National Oceanography Centre chiede di proseguire le misure almeno fino al 2034, per capire se il calo è naturale o causato dall'uomo. Tra il 2004 e il 2008 l'AMOC trasportava in media 18,8 Sv; dopo il 2008 è scesa a circa 16,1 Sv. Curiosamente, il calo si è concentrato quasi tutto tra 3.000 e 5.000 metri di profondità, mentre i flussi profondi in arrivo dall'Artico sono rimasti costanti. Le cause di questo indebolimento del ramo più profondo sono ancora poco chiare.
Venti anni di dati sono pochi: parte delle variazioni osservate potrebbe essere un'oscillazione naturale. Per questo alle linee di ancoraggi si affiancano migliaia di sensori, alcuni fissati al fondale e altri montati su robot autonomi, che trasmettono i dati via satellite e alimentano i modelli di previsione.
Il futuro. Qui il disaccordo è più netto.
Un'analisi statistica delle temperature oceaniche dal 1870 stima un collasso intorno a metà secolo, in una finestra tra il 2025 e il 2095 (Ditlevsen & Ditlevsen, 2023). Altri ricercatori contestano il metodo e l'indicatore usato.
Un gruppo dell'Università di Utrecht ha simulato per la prima volta un collasso in un modello climatico completo. Partendo dai dati di un nuovo indicatore fisico misurabile nell'Atlantico meridionale, il gruppo conclude che l'AMOC è «in rotta verso il punto critico», senza indicare una data (van Westen et al., 2024).
Un'analisi di 34 modelli climatici sottoposti a scenari estremi trova invece un'AMOC indebolita ma mai collassata, tenuta in vita dai venti dell'Oceano Antartico (Baker et al., 2025).
Il rapporto IPCC del 2021 considera molto probabile che l'AMOC si indebolisca nel corso del secolo. Secondo i modelli, entro il 2100 il calo sarebbe di circa il 24% con emissioni basse e del 39% con emissioni alte, ma i tempi e l'entità restano incerti. Sul collasso, l'IPCC ritiene con fiducia media che non avverrà prima del 2100. È però un giudizio più prudente rispetto ai rapporti precedenti, che lo consideravano «molto improbabile». Il cambiamento ha tre ragioni: i modelli climatici tendono a essere più stabili della realtà, non includono la fusione della Groenlandia, e uno studio ha mostrato che anche piccoli apporti di acqua dolce possono innescare un collasso. Guardando più lontano, per il 2300 un collasso con emissioni alte è considerato tanto probabile quanto improbabile.
Il National Oceanography Centre lo classifica come un punto critico «a basso rischio e alto impatto». Chiarisce anche che uno scenario alla «The Day After Tomorrow», con il collasso in pochi giorni, non è realistico. Gli archivi del passato, come i coralli e i sedimenti marini, ricordano però che l'AMOC può cambiare in fretta: durante periodi di riscaldamento si è indebolita bruscamente, anche nell'arco di un decennio o meno. La maggior parte dei cambiamenti climatici richiede invece secoli.
Il punto più solido è questo: anche un indebolimento parziale avrebbe conseguenze reali, e per capirlo servono osservazioni continue, ma sono proprio queste ultime a essere a rischio. La rete RAPID è finanziata fino al 2029, mentre i fondi di OSNAP, la rete che misura l'AMOC tra Canada, Groenlandia e Scozia, scadono a gennaio 2027.
Curiosità
L'inverno in cui l'AMOC frenò. Dal 2009, la rete RAPID registrò un crollo improvviso della circolazione. I ricercatori all'inizio pensarono a un errore di calcolo del nuovo arrivato in squadra, ma la vera causa non era il clima, bensì il meteo: un inverno con venti anomali. Quel rallentamento contribuì probabilmente all'inverno gelido del 2009 in Europa e a una stagione di uragani molto attiva l'estate successiva.
Strumenti ricoperti di vita. Ogni due anni una nave oceanografica recupera gli ancoraggi della rete RAPID. Gli strumenti risalgono dagli abissi coperti di cirripedi, alghe e granchi rossi, e i dati vengono scaricati subito direttamente a bordo.
Fonti
Articoli scientifici (peer-reviewed)
Carton J. A., Hakkinen S. (2011). Introduction to: Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC). Deep-Sea Research II 58, 1741–1743. doi:10.1016/j.dsr2.2010.10.055. Struttura dell'AMOC, Younger Dryas e rete di osservazione (RAPID a 26,5°N, MOVE a 16°N).
Fox-Kemper B. et al. (2021). Ocean, Cryosphere and Sea Level Change. In Climate Change 2021: The Physical Science Basis, contributo del Working Group I al Sesto Rapporto di Valutazione dell'IPCC, cap. 9, pp. 1211–1362. Cambridge University Press.
Copernicus Marine Service, Atlantic Meridional Overturning Circulation. Clima europeo, rapporto tra Corrente del Golfo e giro subtropicale, acqua dolce dalla Groenlandia, stabilità nell'Olocene.
Woods Hole Oceanographic Institution, Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC), Ocean Learning Hub. Percorso dalla Florida al Mare di Norvegia, sprofondamento, impatti su piogge e vita marina, velocità dei cambiamenti passati, strumenti di misura.
NOAA National Ocean Service, What is the AMOC?, aggiornato a settembre 2026. Ciclo completo, risalita delle acque profonde, tempi della circolazione globale.
RAPID-MOC: rete di monitoraggio a 26,5°N, con dati scaricabili.
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Il Mar dei Sargassi: una foresta galleggiante
Chiazze dorate sull'acqua blu
Dopo qualche giorno di regata, quando la flotta entra negli alisei, sull'acqua iniziano a comparire chiazze e lunghe strisce color oro: sono alghe che galleggiano a migliaia di chilometri da qualsiasi costa, i sargassi.
Più a nord-ovest si trova il mare che porta il loro nome, il Mar dei Sargassi. È un mare senza spiagge e senza porti, delimitato solo dalle correnti, dove le alghe formano una "foresta galleggiante" che ospita una comunità di vita unica.
Negli ultimi quindici anni i sargassi hanno però conquistato anche l'Atlantico tropicale, proprio lungo la rotta verso la Guadalupa. Per la flotta sono spesso un ostacolo perché si incastrano nelle appendici (timoni, chiglia e foil), causando un forte attrito in acqua e rallentando la barca. Per le Antille invece sono diventati un problema ambientale, sanitario ed economico.
Un mare senza coste
Ogni mare della Terra è delimitato almeno in parte da terre emerse: una costa, una penisola, una catena di isole. Il Mar dei Sargassi è l'unica eccezione. Si trova interamente nell'Atlantico del Nord, attorno alle Bermuda, e i suoi confini sono fatti solo di correnti:
a ovest la Corrente del Golfo;
a nord la Corrente Nord Atlantica;
a est la Corrente delle Canarie;
a sud la Corrente Nord-Equatoriale.
Sono le stesse correnti del giro subtropicale, il grande vortice in senso orario descritto nell'approfondimento sull'AMOC: il Mar dei Sargassi ne occupa il centro. Proprio perché è definito da acqua in movimento, i suoi confini cambiano: si spostano con le stagioni, seguendo più o meno la posizione dell'anticiclone delle Azzorre. Il nucleo copre circa due milioni di miglia nautiche quadrate, gran parte delle quali in acque internazionali.
Al centro del vortice le correnti sono deboli, piove poco e l'acqua è molto salata. È anche povera di nutrienti, e per questo straordinariamente limpida: un blu intenso che resta trasparente fino a grandi profondità.
Alghe che non toccano mai il fondo
Il mare prende il nome dal sargasso, un'alga bruna. Al largo galleggiano molte alghe, strappate dalle coste e destinate a morire. I sargassi del Mar dei Sargassi sono diversi: sono olopelagici, cioè nascono, crescono e si riproducono in mare aperto, senza mai ancorarsi al fondale. Restano a galla grazie a piccole vescicole piene di gas e si moltiplicano per frammentazione: ogni pezzo che si stacca diventa una nuova pianta.
Una foresta galleggiante
In acque così povere di nutrienti, i tappeti di sargasso sono un'oasi. Offrono cibo e riparo a gamberetti, granchi e pesci che si sono adattati a vivere solo lì, spesso con colori e forme che li rendono quasi invisibili tra le fronde. Attorno a questa comunità gravitano specie molto più grandi: il Mar dei Sargassi è un'area di riproduzione per il marlin bianco, lo smeriglio e la lampuga, mentre megattere, tonni e uccelli marini lo attraversano durante le migrazioni e lo usano per nutrirsi.
Due storie, risolte solo di recente, mostrano quanto questo mare sia importante.
Le tartarughe e gli «anni perduti». Dopo la schiusa, le piccole tartarughe marine spariscono in mare aperto per alcuni anni, prima di tornare sotto costa da giovani. Per decenni nessuno ha saputo dove andassero. Nel 2021 un gruppo dell'Università della Florida Centrale ha applicato minuscoli trasmettitori solari a 21 tartarughe verdi di pochi mesi. La maggior parte ha lasciato la Corrente del Golfo per entrare attivamente nel Mar dei Sargassi, invece di farsi solo trasportare dalla corrente (Mansfield et al., 2021). Insieme a uno studio precedente sulle tartarughe comuni, questo conferma il Mar dei Sargassi come nursery per le tartarughe del Nord Atlantico.
Il viaggio delle anguille. Le anguille europee e americane vivono per anni nei fiumi, poi tornano in mare per riprodursi e morire. Da un secolo si sospettava che la loro unica area di deposizione fosse il Mar dei Sargassi, perché lì si trovano le larve più piccole. Nel 2022 alcuni ricercatori hanno seguito via satellite 26 anguille partite dai fiumi delle Azzorre, ottenendo la prima prova diretta che gli adulti raggiungono davvero quest'area (Wright et al., 2022). Per le anguille che partono dall'Europa è un viaggio di 5.000–10.000 km. Resta un mistero come trovino la strada in un oceano senza punti di riferimento.
Proteggere un mare di nessuno
Quasi tutto il Mar dei Sargassi è in acque internazionali, dove nessuno Stato ha piena autorità. Nel 2014 dieci governi hanno firmato la Dichiarazione di Hamilton, che ha istituito la Commissione del Mar dei Sargassi: il primo organismo dedicato alla tutela di un ecosistema d'alto mare. La Commissione non ha poteri di gestione diretti e lavora con le organizzazioni internazionali competenti. Nel 2015, per esempio, l'Organizzazione per la pesca nell'Atlantico nord-occidentale (NAFO) ha vietato la pesca a strascico sulle montagne sottomarine dell'area. Il Trattato sull'alto mare (BBNJ), entrato in vigore a gennaio 2026, potrebbe ora permettere di istituire vere aree marine protette.
I sargassi lungo la rotta della Route du Rhum
La flotta non attraversa il cuore del Mar dei Sargassi, che resta più a nord-ovest, attorno alle Bermuda. Scendendo verso la Guadalupa, però, entra in una zona dove i sargassi sono diventati protagonisti solo di recente.
La Grande cintura atlantica dei sargassi
Dal 2011 quasi ogni anno, con l'eccezione del 2013, nell'Atlantico tropicale si forma una fascia enorme di sargassi. Si estende dalle coste dell'Africa occidentale fino al Golfo del Messico, per circa 8.800 km, ed è visibile dai satelliti. Gli scienziati la chiamano Great Atlantic Sargassum Belt: la Grande cintura atlantica dei sargassi.
Non è un'unica massa compatta, ma un insieme di chiazze e strisce, alcune estese fino a mezzo ettaro. Le specie sono le stesse del Mar dei Sargassi, Sargassum natans e Sargassum fluitans. In condizioni ideali possono raddoppiare la loro massa in 11 giorni.
I numeri crescono di anno in anno: nel maggio 2025 i satelliti hanno misurato un record di 37,5 milioni di tonnellate, senza contare circa 7 milioni di tonnellate presenti stabilmente nel Mar dei Sargassi. Il record precedente, del 2022, era di circa 22 milioni. Il 2026 è partito ancora più forte, con il valore di febbraio più alto mai registrato.
La cintura segue un ciclo stagionale: cresce in primavera, raggiunge il massimo in estate e si riduce in autunno e in inverno. A novembre, quando passa la Route du Rhum, la quantità di alghe è quindi di solito più bassa, ma non nulla.
Un ostacolo per i velisti
Per una barca da regata i sargassi sono un problema concreto: le alghe si incastrano su foil, chiglia e timoni e frenano la barca. Per liberare le appendici, gli skipper usano lunghe aste con cui spostano manualmente le alghe. Quando non riescono a liberare la barca in questo modo, sono obbligati a rallentare e fare brevi manovre in retromarcia, controllando le appendici con telecamere subacquee. In regata, ogni sosta significa tempo ed energie perse.
Un problema per la Guadalupa
Ciclicamente, enormi quantità di sargassi si spiaggiano sulle coste delle Antille. Il 2025 è stato l'anno peggiore per Guadalupa e Martinica, e il 2026 si annuncia simile. Dopo circa 48 ore sulla spiaggia le alghe iniziano a decomporsi e liberano idrogeno solforato, dal tipico odore di uova marce, e ammoniaca.
Le conseguenze non sono trascurabili:
Salute: mal di testa, nausea e difficoltà respiratorie per chi vive vicino alla costa. A maggio 2026 a Petit-Bourg le scuole hanno chiuso, e ad agosto 2026 alla Désirade è stata superata la soglia di allerta per l'idrogeno solforato.
Economia: l'idrogeno solforato corrode rame ed elettronica, danneggiando elettrodomestici e macchinari di raccolta. Questo significa spiagge chiuse, turismo in calo e pescherecci bloccati in porto.
Trasporti: nel maggio 2025 alcuni collegamenti in traghetto tra le isole dell'arcipelago sono stati sospesi.
Perché è un segnale da ascoltare
Da dove viene la cintura dei sargassi
Per secoli i sargassi sono stati associati quasi solo al Mar dei Sargassi. Perché dal 2011 invadono l'Atlantico tropicale? Una revisione di quarant'anni di dati, pubblicata nel 2025 da un gruppo della Florida Atlantic University, propone una combinazione di cause (Lapointe et al., 2025):
Una spinta iniziale dall'atmosfera. Tra il 2009 e il 2010 un'anomalia dei venti sul Nord Atlantico, una fase negativa molto intensa dell'Oscillazione Nord Atlantica, potrebbe aver spostato acque superficiali e sargassi dal Mar dei Sargassi verso i tropici. Gli autori avvertono però che non ci sono prove dirette di questo spostamento, e che alcune popolazioni di sargassi erano probabilmente già presenti ai tropici.
Il contributo dei fiumi. La cintura è comparsa per la prima volta a nord della foce del Rio delle Amazzoni, e la quantità di alghe cresce o cala negli anni di piena o di siccità del bacino amazzonico. I nutrienti trasportati dal fiume sembrano quindi alimentarne la crescita.
L'impronta umana. L'analisi chimica di quasi novecento campioni mostra che le alghe si nutrono sempre meno da fonti oceaniche naturali e sempre più da fonti di origine terrestre: fertilizzanti agricoli, acque reflue, deposizioni dall'atmosfera. La loro crescita è frenata soprattutto dalla scarsità di fosforo: per questo anche piccoli apporti in più possono farla accelerare (il fosforo è particolarmente presente in fertilizzanti, scarichi urbani o industriali, allevamenti).
In sintesi, la cintura dei sargassi è il risultato di dinamiche oceaniche naturali e di inquinamento da nutrienti. L'eutrofizzazione, cioè l'eccesso di nutrienti, non è più solo un problema delle coste: ormai riguarda anche il mare aperto dell'oceano.
Un mare che cambia, misurato da settant'anni
Il Mar dei Sargassi ospita anche le più lunghe serie di misure continue in mare aperto del pianeta. Al largo delle Bermuda, la Hydrostation S misura temperatura, salinità e ossigeno dal 1954, e il programma BATS (Bermuda Atlantic Time-series Study) campiona ogni mese l'intera colonna d'acqua dal 1988.
Quarant'anni di questi dati raccontano un mare in rapida trasformazione (Bates & Johnson, 2020):
la superficie si è scaldata di circa 0,85 °C, con un'accelerazione nell'ultimo decennio;
l'«inverno» oceanico, con acque sotto i 22 °C, è diventato più corto di quasi un mese;
l'ossigeno disciolto è calato di circa l'8%, circa il 2% ogni decennio;
il pH è sceso di 0,07: l'acidità è aumentata di circa il 17%.
Le altre pressioni
Le stesse correnti che trattengono i sargassi concentrano anche i rifiuti galleggianti: il Mar dei Sargassi si sovrappone alla zona di accumulo di plastica del Nord Atlantico, raccontata nel terzo approfondimento. Si aggiungono il traffico navale, la pesca e il declino di specie simbolo come l'anguilla europea. Proteggere un mare che non appartiene a nessuno Stato resta una delle grandi sfide della conservazione oceanica.
Curiosità
La paura di Colombo. Nel 1492 le caravelle di Cristoforo Colombo attraversarono il Mar dei Sargassi. Vedendo le alghe, i marinai pensarono di essere vicini alla terra, ma visto che la terra non si vedeva, iniziarono a temere di restare intrappolati tra le alghe e la bonaccia. Per secoli questo mare è rimasto nella letteratura come un luogo dove le navi si perdevano.
Un pesce che cammina tra le alghe. Il pesce dei sargassi (Histrio histrio) ha colori e appendici che imitano perfettamente le fronde. Invece di nuotare, si muove tra le alghe aggrappandosi con le pinne pettorali, come se camminasse. È uno dei tanti esempi di adattamento a questa foresta galleggiante.
Una centrale nucleare fermata dalle alghe. Nel 1991 un enorme arrivo di sargassi lungo la costa della Florida intasò le prese d'acqua di una centrale nucleare, che dovette essere fermata d'urgenza. Già allora era un segnale che i nutrienti portati dai fiumi potevano far crescere le alghe ben oltre il normale.
North Atlantic Garbage Patch: un'«isola» di plastica
Un'isola che non c'è
Tra le Azzorre e le Canarie, scendendo verso gli alisei, la flotta attraversa per giorni un oceano che sembra perfettamente pulito. L'acqua è di un blu intenso e limpidissima. Eppure, in queste acque galleggiano innumerevoli frammenti di plastica.
È la zona di accumulo di plastica del Nord Atlantico, conosciuta in inglese come North Atlantic Garbage Patch. Il nome fa pensare a un'isola di rifiuti, ma questa isola non esiste: non si può camminarci sopra e dai satelliti non si vede. La maggior parte della plastica è ridotta in frammenti di pochi millimetri, dispersi nell'acqua come gli ingredienti di una zuppa.
Dalle barche non si nota quasi nulla, ma sono gli stessi meccanismi oceanici che muovono l'AMOC e trattengono i sargassi a concentrare la plastica proprio qui.
Cos'è e come si forma
Le «garbage patch» sono zone dell'oceano dove i rifiuti galleggianti, soprattutto plastica, si concentrano più che altrove. Nel mondo ce ne sono cinque principali, una in ciascuno dei grandi vortici oceanici: due nel Pacifico, due nell'Atlantico e una nell'Oceano Indiano. La più famosa è quella del Pacifico settentrionale.
Una trappola fatta di correnti
La zona del Nord Atlantico si trova al centro del giro subtropicale, lo stesso grande vortice in senso orario che delimita il Mar dei Sargassi. Il meccanismo che la crea si chiama trasporto di Ekman:
I venti soffiano sulla superficie dell'oceano e trascinano l'acqua.
La rotazione terrestre devia quest'acqua: nell'emisfero nord, verso destra rispetto alla direzione del vento.
Lungo tutto il bordo del giro subtropicale questa deviazione spinge l'acqua superficiale verso il centro del vortice.
Al centro l'acqua converge e scende lentamente in profondità, ma ciò che galleggia non può scendere con lei e resta intrappolato in superficie.
Così plastica, alghe e qualsiasi oggetto galleggiante finiscono per accumularsi nella stessa area, a centinaia di chilometri da qualsiasi costa.
Dove si trova
La zona di accumulo è stata documentata grazie al lavoro di diversi ricercatori. Tra il 1986 e il 2008 gli studenti della Sea Education Association, una scuola di oceanografia di Woods Hole, hanno trascinato reti a maglia fine dietro due velieri, lungo le stesse rotte ogni anno. In 6.136 campionamenti, oltre il 60% delle reti ha raccolto frammenti di plastica, in tutto più di 64.000 pezzi (Law et al., 2010).
Oltre l'80% dei frammenti si concentrava tra 22° e 38° di latitudine nord, all'incirca dalla latitudine delle Bahamas a quella di Baltimora, proprio dove i modelli delle correnti prevedevano la convergenza. Nei punti più densi si arrivava a circa 200.000 frammenti per chilometro quadrato.
In longitudine i confini sono meno chiari, perché i campionamenti si concentravano nella parte occidentale dell'oceano. Come per il Mar dei Sargassi, inoltre, i confini cambiano con le correnti e le stagioni, quindi qualsiasi rappresentazione su una mappa è una stima.
Da dove viene la plastica e dove finisce
Le fonti
Secondo un modello globale pubblicato nel 2023 dall'Università di Utrecht, ogni anno entrano in mare circa 500.000 tonnellate di plastica galleggiante (Kaandorp et al., 2023). Arriva da tre canali principali:
pesca: circa metà, tra reti, cime, galleggianti e attrezzature perse o abbandonate;
coste: circa il 40%, con rifiuti dispersi da spiagge, città e attività costiere;
fiumi: poco più del 10%.
Senza interventi, la quantità di plastica galleggiante negli oceani cresce di circa il 4% all'anno: a questo ritmo raddoppierebbe in una ventina d'anni.
Da bottiglie a briciole
In mare la plastica non si decompone come la materia organica: si spezza. Il sole la rende fragile e le onde la frantumano in pezzi sempre più piccoli. Bottiglie, imballaggi e reti diventano così microplastiche, frammenti sotto i 5 millimetri, e poi particelle ancora più minuscole, invisibili a occhio nudo.
Il mistero della plastica mancante
Lo studio della Sea Education Association aveva rivelato un paradosso. Tra il 1986 e il 2008 la produzione mondiale di plastica era cresciuta enormemente, eppure nella zona di accumulo la concentrazione di frammenti in superficie non aumentava (Law et al., 2010). E in generale la plastica misurata in superficie era molto meno di quella che si stimava finisse in mare. Dove spariva il resto?
Gli studi più recenti suggeriscono alcune risposte:
Plastica nascosta sotto la superficie. Nel 2020 i ricercatori del National Oceanography Centre hanno filtrato l'acqua a diverse profondità in 12 punti lungo tutto l'Atlantico, dal Regno Unito alle Falkland. Nei primi 200 metri hanno trovato tra 11,6 e 21,1 milioni di tonnellate di microplastiche dei tre tipi più comuni, quasi invisibili e sfuggite ai campionamenti precedenti (Pabortsava & Lampitt, 2020). Se quelle concentrazioni valessero fino al fondale, l'Atlantico conterrebbe circa 200 milioni di tonnellate di plastica.
Plastica che affonda. Alghe e batteri colonizzano i frammenti e li appesantiscono fino a farli scendere in profondità.
Plastica che resta a lungo. Il modello di Utrecht indica che oltre il 95% della massa di plastica galleggiante è fatta di oggetti grandi, sopra i 25 millimetri, che restano in mare molto più a lungo del previsto. Secondo gli autori, con stime più accurate di quanta plastica entra e quanta resta, il paradosso della plastica mancante si risolve (Kaandorp et al., 2023).
I due studi usano metodi molto diversi e non arrivano agli stessi numeri. Concordano però su un punto: la plastica non sparisce, cambia solo forma e posizione.
La zona di accumulo lungo la rotta della Route du Rhum
Dopo Capo Finisterre la flotta scende verso sud-ovest, tra le Azzorre e le Canarie, e attraversa proprio la fascia tra 22° e 38° nord dove si concentra la plastica. Passa però nella parte orientale del giro subtropicale, meno studiata di quella occidentale campionata dalla Sea Education Association. Qui i dati sono più scarsi, ma la plastica c'è: i campioni del 2020 lungo tutto l'Atlantico hanno trovato microplastiche ovunque.
Per i velisti la minaccia più concreta non sono le microplastiche, ma gli oggetti grandi: reti fantasma, cime, contenitori. Una rete che si avvolge su un foil, sulla chiglia o su un timone può costringere a fermarsi, e un urto con un oggetto semisommerso può danneggiare seriamente le appendici.
Le barche da regata come laboratori
Le barche oceaniche percorrono rotte dove le navi scientifiche passano di rado, e per questo sono diventate preziose piattaforme di osservazione. Durante The Ocean Race Europe 2025, Allagrande Mapei Racing ha imbarcato una macchina per campionare le microplastiche nei mari intorno all'Europa. I risultati dello studio sono riportati in questa pagina.
Perché è un problema
Gli effetti sulla vita marina
La plastica nelle zone di accumulo colpisce gli animali in diversi modi:
Ingestione. Pesci, uccelli marini e tartarughe scambiano i frammenti per cibo. La plastica può bloccare l'apparato digerente o dare un falso senso di sazietà, fino a far morire l'animale di fame.
Intrappolamento. Reti fantasma e cime perse continuano a «pescare» per anni, intrappolando pesci, tartarughe e mammiferi marini.
Microplastiche nella catena alimentare. Sono state trovate in organismi di ogni dimensione, dal plancton alle balene, e arrivano fino al pesce che mangiamo. I loro effetti sulla salute degli ecosistemi e delle persone sono ancora oggetto di ricerca.
Nel Nord Atlantico il problema si intreccia con il Mar dei Sargassi. Le correnti che concentrano la plastica sono le stesse che trattengono le alghe, e le giovani tartarughe che passano i loro primi anni tra i sargassi vivono proprio nelle zone dove si accumulano anche i frammenti.
Si può ripulire?
Ripulire il mare aperto è quasi impossibile. La plastica è dispersa su milioni di chilometri quadrati, in gran parte ridotta in frammenti minuscoli o sospesa sotto la superficie. Le reti abbastanza fitte da raccoglierla catturerebbero anche il plancton e i piccoli organismi che vivono in superficie. Per questo scienziati e istituzioni concordano su un punto: la soluzione più efficace è impedire che la plastica arrivi in mare, intervenendo su produzione, uso e gestione dei rifiuti.
Un trattato ancora da scrivere
Nel 2022 le Nazioni Unite hanno avviato i negoziati per un trattato globale vincolante contro l'inquinamento da plastica, che coprisse l'intero ciclo di vita del materiale, dalla produzione allo smaltimento. Le trattative si sono però arenate. Nell'agosto 2025 la sessione di Ginevra si è chiusa senza accordo, soprattutto per le divisioni sui limiti alla produzione. A febbraio 2026 è stato eletto un nuovo presidente dei negoziati e a settembre 2026 si sono tenuti colloqui informali a Bangkok. I negoziati formali dovrebbero riprendere nel 2027.
Curiosità
Scienza fatta dagli studenti. I dati che hanno rivelato la zona di accumulo del Nord Atlantico non vengono da una grande spedizione, ma da quasi 5.000 studenti che in 22 anni si sono alternati a bordo dei velieri della Sea Education Association. Hanno trascinato le reti, contato e catalogato a mano oltre 64.000 frammenti di plastica, quasi tutti di pochi millimetri.
Una zuppa molto diluita. Anche nei punti più inquinati, la plastica è sparsa. Secondo l'oceanografa Kara Lavender Law, autrice dello studio, si trovavano fino a circa mille frammenti filtrando l'equivalente di duemila vasche da bagno d'acqua. È proprio per questo che l'inquinamento è così difficile da vedere e da rimuovere.
La plastisfera. I frammenti di plastica in mare aperto vengono rapidamente colonizzati da batteri, alghe microscopiche e altri organismi, che formano comunità diverse da quelle dell'acqua circostante. I ricercatori le chiamano «plastisfera», un nome nato proprio dallo studio di frammenti raccolti nel Nord Atlantico. Questi minuscoli ecosistemi galleggianti possono anche trasportare specie lontano dalle loro zone d'origine.